Appunti su una Provincia da salvare

Il tema della chiusura delle province sta giustamente preoccupando e interessando l’opinione pubblica: è certamente un bene che ciascuno dica la propria.

Vale forse la pena ribadire, in maniera schematica, il pensiero che ho pubblicamente condiviso in due recenti convegni e che mi vede da tempo attivo presso il ministro Delrio a Roma.

Perché (e come) siamo arrivati fin qua?

Negli ultimi anni si è sviluppata, all’interno dell’opinione pubblica, la convinzione che il sistema istituzionale di cui siamo dotati sia ormai inadeguato rispetto alle sfide di un mondo globale: è necessario riformarlo in modo significativo, partendo dall’eliminazione delle Province.

Questo perché le Regioni, di più recente costituzione (1970), sono state investite di funzioni e bilanci talmente importanti che un intervento su questo capitolo sarebbe stato troppo osteggiato, sia perché le province nella maggior parte delle zone d’Italia erano considerate l’ente più “sacrificabile”.

Il dato finale di un sondaggio su un campione molto elevato, voluto dal Ministero per le Riforme Costituzionali, è molto chiaro: il 72% degli italiani si esprime per la loro soppressione e il conferimento di funzioni e risorse alle Regioni o ai Comuni.

Gli ultimi governi hanno optato, con un po’ di confusione, per questa opzione, confermata e rafforzata dal governo in carica: la recente nascita di “nuove” province (quattro in Sardegna, Fermo, Barletta-Andria-Trani, Monza e Brianza, … ) di cui i giornali hanno raccontato inutilità e spreco di risorse ha reso praticamente irreversibile questa scelta e rafforzato la volontà popolare a procedere in tal senso. Immaginare la difesa della nostra provincia con una strategia comune di conservazione dello status quo, accomunandola in  ad analoghi soggetti recentemente nati, sarebbe un oltraggio alla nostra specificità di cui andiamo orgogliosi.

Infatti è evidente per motivi storici, culturali, geografici, economici, organizzativi che il territorio della provincia di Sondrio non può esser visto come una realtà amministrativa fittizia, ma necessita di una sua forma locale di governo e pianificazione, in grado di pensare che sviluppo dare alle proprie aziende, di orientare le vocazioni produttive più adatte a vincere le sfide competitive, di rispettare e accogliere i propri abitanti e i visitatori.

Negli anni però l’assenza di un buongoverno locale e la centralizzazione operata dalla Regione hanno reso ancora più difficile e inefficace il compito delle province lombarde, impedendo quella possibile maggiore partecipazione alle scelte che avrebbe oggi reso più forte l’attuale assetto.

Che possiamo fare ora?

La prima cosa è dare politiche lungimiranti e una forma di governo a questo territorio montano che, sebbene soffra di svantaggi competitivo, al contempo potrebbe avere risorse locali per un migliore e potenziato autogoverno.

La riforma che verrà attuata deve vederci protagonisti positivi e propositivi nell’ottenere uno spazio nostro, mettendo sul tavolo con convinzione una completa ridefinizione delle istituzioni attuali che non sembrano più garantire i benefici che si vorrebbero

In sintesi,

“serve una buona dose di coraggio e realismo per affermare una verità che evidente a tutti: lo status quo ci sta impoverendo, non si capisce perché lottare per mantenerlo e non per migliorare. Le riforme si fanno per stare meglio di come si stava prima. Il vero rischio che corriamo è di non partecipare attivamente dentro una riforma della nostra Repubblica, finendo per venirne penalizzati.

Sia ben chiaro: io non sono per la chiusura delle province. Prendo però  atto che questo è un processo in corso nel paese, che altri territori hanno già iniziato a recepire. Non intendo dunque propormi ai miei convalligiani come un soggetto che li voglia illudere. cercando di guadagnarne un consenso personale. Sono convinto che ogni processo di cambiamento ispirato da ragioni di progresso abbia in sé la potenzialità di miglioramento, che però va colta in fretta, senza subire gli accadimenti ma approfittando delle opportunità.

Non mi aspetto grandi miglioramenti da questa semplice soppressione, che al contrario ci deve vedere pronti a costruire una alternativa che abbia la forza di un riordino complessivo vantaggioso e irrinunciabile.

Ad un recente convegno della SEV, lo stesso Presidente della Provincia ha avuto modo di dire che, con la Regione Lombardia, prepareranno una proposta complessiva di riordino. Mi pare una bella idea e credo debba diventare occasione di partecipazione, allargamento, condivisione. Non vorrei che invece fosse usata come una battaglia politica di parte: una proposta tardiva, fatta per non essere recepita dagli altri Italiani, funzionale a risollevare il consenso locale. Una sconfitta rigenerante, ma non per la provincia.

Due note di lettura

Quando penso che non abbiamo saputo in questi anni valorizzare l’istituzione provincia (capannoni, pgt, economia,turismo..), non posso semplicemente fare una critica a chi l’ha governata, PDL e Lega. Purtroppo ritengo che sia il sistema complessivo politico-produttivo locale, la “classe dirigente” di cui anche io faccio parte, ad avere nel complesso queste responsabilità.

In Valle esprimiamo da tempo una cultura delle istituzioni non più adeguata, riduttiva: ho iniziato a pensarlo qualche anno fa,quando alcuni amministratori di un’altra parte d’Italia mi chiamarono, in qualità di presidente di A2020, per un loro aggiornamento professionale su sostenibilità e governo locale. Mi colpì molto il fatto che Sindaci e Presidenti di Comunità montana, quando parlavano della propria azione amministrativa e dei loro problemi, citavano le aziende del territorio e ne conoscevano le problematiche come fossero gli amministratori delegati, con una piena convinzione di non essere semplicemente amministratori di un ente e di alcuni servizi, ma responsabili del complesso di azioni che su quel suolo avevano forma.

Altro episodio che mi ha recentemente colpito e’ stata l’opportunità avuta di “suggerire” al Governo degli interventi sul decreto del fare per le aziende: in pochi minuti ho scritto ai rappresentanti provinciali chiedendo di avere il loro contributo. Avevo 36 ore: nessuno mi ha risposto in tempo.

Cosa significa? Che il sistema parlamentare/territorio in provincia di Sondrio è molto meno collaudato di quanto lo sia altrove (in verità, per non deprimerci troppo, tutte le categorie e presidente della Camera di Commercio avevano pochi giorni prima avuto un colloquio con me, di cui ho potuto comunque fare tesoro e successivamente ho pure ricevuto i loro contributi scritti). Resta comunque il fatto che, se mi confronto con le eccellenze del nostro paese, abbiamo molti margini di miglioramento in termini di rivendicazione e costruzione dei nostri interessi peculiari, a partire dalla loro costruzione culturale, politica, operativa in casa nostra. Dobbiamo migliorare in dialogo, proposta concreta, coraggio, intraprendenza collettiva.

“Il tacchino non anticipa il Natale”. Matteo Renzi ha definito i “suoi” senatori dei tacchini, perché hanno il coraggio di sostenere la riforma istituzionale che prevede la soppressione del Senato. Pensare di chiudere il Senato non significa – lo dice un Senatore! – pensare che il Senato ora sia inutile e dunque, di conseguenza, pensare che i senatori inutili. Se non ci fossero buoni senatori, in questo momento non potremmo avere buone leggi o sostenere buoni governi.

Ciò non deve esimere anche i Senatori dall’osare di più: il bicameralismo perfetto è oggi inadeguato ai bisogni del Paese. Una delle due Camere va chiusa e trasformata in Senato delle regioni, semplificando il processo legislativo e realizzando un migliore apporto “federale”.

Sento spesso una giusta difesa dell’operato delle province e dei loro amministratori: non è in discussione la loro capacità e l’utilità che ricoprono, ma l’efficacia del sistema nel suo complesso. La debolezza del momento che attraversiamo è che la nostra società ritiene inefficace l’attuale sistema, ma è incapace di produrne uno differente e migliore. Sono convinto che ciò non avverrà al primo tentativo, ma anche che non sia più tollerabile, e non sarebbe capito, il mantenere ancora questa situazione insoddisfacente.

Una conclusione

C’è una cosa che davvero non riesco a spiegarmi, visto il proliferare di iniziative volte a demonizzare tout court il progetto di riforma: perché, anziché dibattuti seri su come migliorare la nostra terra, adattarla alle nuove esigenze e al nuovo contesto guardando al futuro, molti convalligiani si stracciano le vesti affinché tutto non cambi di una virgola? Eppure la strada è segnata: le forze politiche avevano in programma la riforma, e la maggioranza di Governo ha investito su di essa buona parte della sua azione. 

Non sarà certamente il sassolino sondriese, messo di traverso alla grande ruota delle riforme parlamentari, a fermare il processo: per questo motivo, per la prima volta nella storia dei rappresentati di questa terra, non mi batterò affinché Sondrio segua i destino di tutte le altre realtà, ma concentrerò i miei sforzi rivendicando con coraggio la particolarità più grande del nostro territorio: le montagne.

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