In visita al Centro di Prima Accoglienza di Pozzallo

Arrivo a Modica dove ho pensato di alloggiare quando ormai e’ quasi tardi per cenare anche a queste latitudini: la viabilità da queste parti non e’ il massimo. Guadagno posto in una “Putia” molto accogliente e proprio mentre sto per assaggiare questi stupendi Lolli con le fave, fatti come una volta, la signora racconta che ieri a Pozzallo era pieno…. Per le strade, ho poi capito, immigrati che cercavano soldi. Ecco, sono arrivato nell’epicentro del problema, il luogo dove vengono r-accolti dopo gli sbarchi. Bene, mi dico, voglio vedere ogni cosa: tutti i problemi che creano, come siamo organizzati per evitarli (i problemi) e per accoglierli (gli uomini). Capire nella sua completezza un fenomeno per …. Vedremo l’indomani, visitando il centro di Rosolini e soprattutto il famoso centro di prima accoglienza di Pozzallo.

pozzallo3Rosolini si presenta come un centro normale, alle porte del paese, aperto in entrata e in uscita, senza forze dell’ordine. Qua sono liberi di muoversi, anche se, assicurano, non lo fanno se non accompagnati alla bisogna. Pozzallo è tutta un’altra cosa. Sul porto, cintato con tanto di guardie, quando arrivo piove e nel cortile ci sono solo i poliziotti. Suono al citofono, entro, mi identificano e pare non si possa entrare. Controlli, verifiche e poi via libera. Gentilissimo il corpo di Polizia che saluto prima di entrare: no, grazie, vado da solo. Mi accompagna la collega Senatrice Venera Padua, di Scicli, proprio qua dietro, unica a sapere della mia visita. Venera, voglio vedere come sono le cose, non posso annunciarmi questa volta.
Impossibile distinguere volti e storie nei due centri. Ora sono 165 a Pozzallo, una quarantina a Rosolini. Sbarcati da pochi giorni, vengono da Somalia, Nigeria, Eritrea, Mali, Ghana. Un po’ di puzza nelle camerate più affollate, bagni degli uomini con qualche disagio, ma non superiori a quelli di tante stazioni o autogrill. In una infermeria interrompiamo la visita di un ragazzo, ci scusiamo, il medico ci racconta brevemente come funzionano i controlli all’arrivo e in permanenza; il ragazzo ci guarda prima spaurito, poi ci saluta con un sorriso facendo ciao con la mano.
Vestiti per lo più in tuta, ma non solo, mi spiegano le operatrici che appena arrivano vengono rivestiti. Guardo nel magazzino: su scaffali abiti divisi per taglie, da uomo, pronti per i prossimi. Più tardi nel cortile mi mostreranno un mucchio di stracci ammucchiati appena lavati: quelli che indossavano arrivati.
Mi informo sulla logistica dei luoghi: la gestione e’ di gente del posto. Privati o cooperative, in genere. Strutture accreditate, protocolli da seguire, tariffe. 35 euro al giorno, ma la cooperativa che ha vinto la gestione qua ha ribassato a 28. Faccio un po’ di conti, rapidi e approssimativi, chiedo quanti dipendenti ci sono, dopo un po’ cerco di sapere come sono inquadrati, con qualcuno mi riesce. Vedo un buon rapporto tra immigrati e operatori, mediatori culturali per lo piu’. In un salone una cinquantina di statue nere con un pallone. Subito si parla di calcio: Andrea Pirlo, mi fa uno. Insisto sui club, cerco qualche interista, mi accorgo che hanno saputo anche laggiù che i tempi del triplete sono lontani. Ti dicono da dove vengono, poi a gruppetti la conversazione si fa piu’ personale: le proprie famiglie, amici che li aspettano in Svezia o Germania. La necessita’ di telefonare.

pozzalloUna fila attende con l’operatrice il proprio turno. Son qua da tre giorni e iniziano a pensare al futuro. Dopo un po’ posso chiedergli del loro viaggio. Eravamo in 400 sul barcone, mi fa uno. Tutti vivi. Quando hanno visto i pescatori italiani ci hanno lasciati li’ e sono scappati. Tutto e’ andato bene, mi dicono con la consapevolezza che poteva non essere così. Quanto hai speso, gli chiedo. 1800 dollari per arrivare in Libia, poi 1080 a testa per la traversata. Se portavo 5 amici per me era gratis. 100 giorni a Tripoli, mi dice sottovoce. La famiglia ci mandava i soldi, per vivere. In Libia abbiamo visto “bad things”, le peggiori della nostra vita. Anche in Italia, scoprirò, non va molto diversamente. Centinaia di euro per un passaggio. C’è anche il business, ovviamente. E forse nemmeno sanno come ancora si può speculare sul loro transito, usati per alimentare paure e lucrare qualche voto. Ma certo hanno altro a cui pensare, questo e’un problema nostro. Hanno tutti visi innocui, cerco qualcuno più sospetto. Chiedo tra di loro, infiltrati… Anche alle guardie e all’ispettore di polizia chiedo, verifico che tipo di indagini svolgono. Parlando con gli uomini della questura l’attenzione va su uno scaffale pieno di fascicoli “sbarchi 2014”. Gentilmente ne aprono uno. Le schede di ciascuno: nomi, cognomi, data nascita e nazionalità. Quelli che dichiarano, naturalmente. Un foglio pieno di impronte digitali, uno con la domanda di asilo politico per chi ritiene di averne diritto. Un foglio di riscontro sui controlli delle impronte. Decine e decine di faldoni. Il luogo è chiuso e vigilato, a Pozzallo. Ma in alcuni momenti puo’ diventare un luogo di accoglienza aperto, a seconda dei flussi.
Sono poche le donne, sembrano avere più freddo, tengono coperte come scialli. Loro non si avvicinano a parlare, guardano, sorridono di meno, ma a volte lo fanno.
Ai giovani che giocavano al pallone, anche loro venuti a curiosare intorno a noi, chiedo: voi in quale stato volete andare? Italy, dicono tutti. E quasi improvvisano una coro Italia, Italia. Ci incamminiamo e uno mi si avvicina e sottovoce mi dice essere un calciatore, pronuncia il nome del club in cui giocava, capisco che vorrebbe giocare anche qua. avevo saputo arrivando che qualcuno di loro gioca in squadre locali e che ci sono numerosi tornei tra immigrati ospiti in Sicilia, da quelle parti.
pozzallo4“Ho uno zio in Svezia, lui e’ mio fratello. Appena lo riusciremo a chiamare verra’ a prenderci”. “E io amici in Germania”. Ormai raccontano e si capisce hanno voglia di farlo, di parlare. Uno si avvicina, mette una mano attorno alla spalla e chiede una foto insieme. Da quel momento tanti gruppetti vogliono la foto, forse li fa sentire parte di questa terra in cui sono arrivati, penso. Tutti stanno bene, i pochi che sono nelle brande hanno solo voglia di riposare.
“Eravate sulla stessa barca?” Chiedo a un gruppo. No, e mi fanno dei cenni per spiegare come erano divisi i gruppi tra di loro. Sono tutti molto giovani, attorno ai venti anni la maggior parte. “Is someone of you a father? Do you have children?” Mi si avvicina, pudico, mi dice il nome di suo figlio. Lo faccio ripetere, voglio pronunciarlo bene, e fa di sì felice quando azzecco tutte le sillabe. Ha tre anni, non lo vede da quando aveva un anno. Mi volto e c’è la fila di giovani padri che vogliono sentire uno a uno la stessa domanda: ” quanti anni hanno?”, come si chiamano? E sempre la reazione e’ la stessa: felici quando sentono i loro nomi ripetuti.

Usciamo dopo aver salutato le forze mobili della polizia: lavoro difficile, molto. Hanno osservato dai vetri di una stanza con molta discrezione. Li salutiamo e ringraziamoper quello che fanno. Fuori piove, ritroviamo gli uomini di guardia. Sono del posto, si rammaricano che ci fosse la pioggia, in genere è più bello. Parliamo, chiediamo riscontro di quanto abbiamo visto. “E’ una situazione complessa”. Un dannato problema complicato, penso. Anche senza infiltrazioni, già questo basta per destabilizzarci. Un flusso continuo di vite e di storie che ci passa attraverso e impatta con le nostre vite. Che ci piaccia o no. I centri funzionano, non si può negarlo. Ma il problema continua per le nostre strade, le nostre case. Già, un grosso problema, difficile da risolvere, molto. Per ora non troviamo la soluzione, ma una forte consapevolezza: conoscere i loro nomi, quello dei loro figli, guardarli negli occhi e stringergli la mano e’ un passo fondamentale per capire e cercare una soluzione vera. a quelli che non hanno nessuno che li aspetta chiedo: dove pensi di andare, cosa hai intenzione di fare? Hanno qualche incertezza, forse paura. Non capisco bene se della risposta che non trovano o se pensano ancora allo scampato pericolo.
pozzallo2Fuori da Pozzallo il mare si e’ ingrossato. Mi mostrano una spiaggia bellissima, poco sotto, dove il mare aveva restituito i cadaveri. Oggi piove, non si vedono i migranti per strada di cui avevo sentito parlare nella Putìa. Ma so che ci sono, non serve venire fino a lì. E penso a come sia piu’ difficile incontrarli a casa propria e chiedergli “ciao, hai dei figli? Come si chiamano?” Si resta lontani, puzzano, cosa fanno qua? Come faccio a fare uscire i figli alla sera? Un dannato e complesso problema.
Passando da Scicli, vicino alla via di Montalbano, chiese strepitose e il racconto di una Madonna a cavallo che scaccia i turchi. Arrivavano con le barche in forze preponderanti, da quelle parti. Forse per questo, mentre in un bar mi parlano di questo problema, non mostrano odio né paura. Saluto anche gli amici del PD di Scicli, dove mi fanno sentire a casa. Anche loro sono attaccati alla loro terra, mi raccontano mentre aspetto il pullman le trasformazioni economiche degli ultimi decenni, il ruolo che oggi gioca il turismo, le tante preoccupazioni quotidiane e come le affrontano. Cerchiamo delle risposte comuni che sembrano doverose e possibili. Quanto è piccola l’Italia, alla fine. Piccola per trattenere quella spinta che arriva dal mare, guardando verso Sud. Mi chiedono della Valtellina e mi mostrano il porto da cui si va in un’ora a Malta, la loro Svizzera. Vengono qua ad approvvigionarsi. I nostri contadini coltivano in Tunisia…
Arriva il pullman. Salgo. Semivuoto, sull’ultimo sedile una donna africana con una bambina piccola. Una storia che non conosco e non conoscerò. Dopo un’ora e mezza scendo a Catania, loro proseguono sul sedile in fondo.

 

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