Perché la legge elettorale

La legge elettorale è un meccanismo che trasforma il voto degli elettori in una determinata configurazione degli eletti: una fredda funziona matematica, dunque, che scalda gli animi e fa riempire pagine e pagine di giornali. Se ci si prendesse la briga di leggere il testo delle leggi elettorali si sprofonderebbe nella desolazione: un insieme di regole per nulla autoevidenti e via via complesse, man mano che si procede lungo il calcolo. Sarebbe il paradiso dei computisti se il dibattito pubblico  non fosse invece infarcito di errori e vere e proprie contraddizioni, prima fra tutte quella di cosa sia la legge elettorale e che effetti possa produrre.

Che i partiti si accordino sulla legge elettorale è una delle cose più difficili, sebbene necessaria, da ottenere per due semplici ragioni: il velo di ignoranza e la concezione delle istituzioni e della stessa democrazia.

veca-crisidemocraziaIl velo di ignoranza, che si dice dovrebbe esistere in questi casi, vorrebbe che le leggi elettorali si scrivessero in astratto, fingendo di non sapere gli effetti che produrrebbero nel contingente in termini di vittoria elettorale, ovvero chi favorirebbero nel momento della loro stesura; al contrario ogni partito spingerà per ottenere la legge elettorale che maggiormente lo avvantaggi nella prossima competizione il che, ovviamente, non è un gioco a somma zero: se si suppone che una legge favorisca il partito X, ci sarà almeno un partito Y che risulterà sfavorito, essendo la somma delle percentuali sempre 100.

La concezione delle istituzioni e della democrazia può essere differente nei partiti e può portare gli uni a desiderare leggi elettorali che frammentino il risultato in più competitori, che privilegino la rappresentatività,  in altri il desiderio che, al contrario, si produca un compattamento che privilegi la governabilità. Il tema della governabilità dell’ente eletto, ovvero il ruolo che la legge elettorale può svolgere nel determinare la formazione delle maggioranze di governo, può trovare opinioni molto differenti su quanto e come sia necessario rinunciare alla rappresentatività per indirizzare la governabilità. Pensare che la legge elettorale produca solo l’effetto insito nella sua funzione di calcolo  sarebbe dunque  un errore.

Per sua natura un sistema democratico si basa sul consenso, espresso appunto attraverso le elezioni e rappresentato nelle istituzioni come risultate della funzione ‘legge elettorale’; avviene quindi abbastanza inevitabilmente che il sistema politico si strutturi sotto alcuni aspetti fondamentali  in base al tipo di legge elettorale vigente (e non viceversa). Un sistema politico, dunque, dovrà soprattutto considerare, nella stesura della legge elettorale, le conseguenze strutturali indotte sul sistema stesso dalla legge, ancora prima della risultante data dalla mera applicazione della funzione di calcolo il giorno delle elezioni.

In particolare vi saranno leggi elettorali che indurranno la nascita di nuovi soggetti politici, altre che indurranno all’accorpamento. Leggi che favoriscono l’unità nazionale, altre che esaltano le differenze regionali o addirittura le spaccature.democrazia-rappresentativa-1

Per non entrare nel merito della scelta dei singoli eletti (piuttosto che dei gruppi omogenei di eletti, ovvero i partiti), laddove l’espressione delle preferenze, piuttosto che un diverso tipo di selezione, producono rapporti di forza ben differenti tra eletti e partiti e legami di tipo ben diverso tra eletto ed elettori o tra eletto e gruppi di pressione tra gli elettori. In altre parole la legge elettorale produce precisi comportamenti politici elettorali che inesorabilmente producono culture politiche e istituzionali differenti e finiscono col determinare la vita e la morte dei partiti e plasmarne la loro conformazione.

Il contesto di riferimento

Naturalmente tutte queste considerazioni, queste valutazioni di causa-effetto, andranno calate nel contesto culturale di riferimento: medesimi meccanismi elettorali tendenzialmente produrranno analoghe conseguenze, ma con intensità anche notevolmente differenti a seconda della cultura politica in esame. Insomma, la valutazione formale della legge/funzione elettorale può essere svolta in modo agevole: le conseguenze innegabili sul quadro politico di lungo periodo sono molto più interessanti e possono legittimamente trovare pareri discordanti, essendo affidate al tempo futuro e ad una materia magmatica come la cultura politica di un popolo, soggetta a rapide trasformazioni.

Per fare qualche esempio una legge elettorale di tipo squisitamente proporzionale, a parità di contesto politico di riferimento,  in generale favorirà la nascita di tanti piccoli partiti, per via della naturale tendenza a voler vedere rappresentate nelle istituzioni le proprie specificità. Per porre rimedio a questa universale tendenza, un semplice rimedio sarà quello di creare delle soglie di sbarramento, ovvero percentuali sotto le quali non si guadagna il diritto a venire rappresentanti. A soglie molto alte potrebbero accompagnarsi diritti di tribuna, ovvero la possibilità di essere rappresentati, ma con un solo rappresentante o una pattuglia comunque esigua di rappresentanti.

Maggioranza o non maggioranza

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Altro aspetto fondamentale, una legge elettorale di tipo proporzionale non produrrà una maggioranza all’esito delle elezioni se non in un contesto politico perfettamente bipolare e quindi determinerà maggioranze variabili e programmi di mediazione tra le componenti che eventualmente si accorderanno per il governo. A seconda del contesto politico di riferimento questo potrebbe portare a uno stallo (Spagna 2016) a delle larghe coalizioni con il riconoscimento di una leadership di comando (Germania) a continui litigi, ricatti, instabilità dei governi (Italia fine prima repubblica). Il proporzionale per funzionare presuppone un sistema politico in cui si riconosca la pari dignità dell’avversario, si operi la leale collaborazione, si accetti di demandare la scelta/mediazione dei programmi agli eletti in un momento successivo  alle elezioni.

Sia correggendo i sistemi proporzionali con premi di maggioranza, sia adottando sistemi maggioritari per natura, si può pervenire a meccanismi elettorali che assegnino la maggioranza (o indirizzino la maggioranza) e dunque il governo a singoli partiti o coalizioni che altrimenti non l’avrebbero. Questo tipo di scelta sarà operata in culture pragmatiche, che prediligano la governabilità alla perfetta  rappresentanza, o in culture provate dalla frammentazione e dalla litigiosità che produce ingovernabilità e precarietà, pervenendo dunque a un pragmatismo forzato.

Attraverso la genesi delle leggi elettorali si può ricostruire il filo rosso della storia politica italiana degli ultimi 30 anni: questa fredda funzione matematica che scalda i cuori svolge un ruolo vitale e andrebbe tutelata o quanto meno salvaguardata dall’imbarbarimento.

La Seconda Repubblica

legge-elettorale-1Non sbaglia chi costruisce l’equazione tra la prima repubblica e il proporzionale. Fu proprio l’adozione della legge maggioritaria (maggioritaria di collegio) “Mattarellum” a portarci e a guidare l’entrata in scenda della seconda repubblica.

Non più maggioranze variabili con piccoli partiti a fare l’ago della bilancia (politica dei due forni), ma coalizioni “stabili” con la tendenza alla nascita di un partito di riferimento all’interno di esse. Certo, i vizi non si perdono in un sol colpo: piccoli partitini esercitano funzione di ricatto anche nelle coalizioni, singoli parlamentari possono passare da una coalizione all’altra o addirittura essere pagati affinché questo avvenga. Ecco allora che per evitare l’infedeltà dei singoli si perviene al Porcellum, il cui intento è quello di costruire gruppi più omogenei alla leadership, ma il cui risultato è quello di aumentare eccessivamente la separazione tra eletto ed elettore.

Una transizione dunque difficile, ma con una direzione chiara: procedere verso la costruzione di un bipolarismo che possa diventare un bipartitismo di fatto per garantire una democrazia decidente dell’alternanza. Questo era il percorso imboccato dalla politica italiana, la ragione stessa che aveva spinto alla nascita del Partito Democratico.

Questo il percorso di semplificazione a cui vada naturalmente accompagnata l’evoluzione positiva e la trasformazione dei partiti in luoghi trasparenti, democratici, ma non dispersivi.  E questa transizione doveva necessariamente accompagnarsi al superamento del bicameralismo paritario, inutile orpello in un sistema di tale fattura.

Un terzo polo

La riforma Costituzionale in via del tutto naturale si accompagnava a una legge elettorale, l’Italicum, che con la riforma aveva il compito di compiere la transizione alla terza Repubblica, di completare quel percorso condiviso e trasversale di ammodernamento del sistema politico che in fondo costituiva l’unica vera scelta condivisa tra le parti, con le fusioni dei partiti che diedero luogo a PD e PDL. Una tensione positiva, sicuramente osteggiata da chi sentiva sacrificate le tradizioni politiche di provenienza, ma ritenuta generalmente positiva e imprescindibile per ridare alla politica quella centralità e quella responsabilità di cui si sentiva il bisogno.

Certamente a complicare il quadro di questo scenario ha contribuito la nascita di un terzo polo, ma di per sé questa novità avrebbe potuto situarsi in maniera coerente all’interno di un progetto siffatto che costituiva beppe-grillo-movimento-5-stelle-no-alleanza-pd-2il denominatore comune di tutte queste forze: governare legittimamente da soli portandone la responsabilità e ricevendo poi con il voto il giudizio degli elettori.

I toni fortemente antipolitici e antisistema rappresentati dalla nuova Lega e da M5S hanno indubbiamente concorso a seminare qualche dubbio sull’opportunità di procedere lungo un progetto di ammodernamento come quello perseguito, che tuttavia, ad un’analisi non superficiale, rimane l’unico vero antidoto all’antipolitica. Infatti, in Italia, il ritorno al proporzionale significherebbe inevitabilmente il ritorno a un sistema frammentato e la contemporanea restaurazione di una classe politica in parte superata. Non si affacciano infatti in questo momento nuovi leader e nuove ideologie, ma verrebbero inevitabilmente riproposte le vecchie liturgie.

Che fare?

Dentro questa evidente lettura si può forse meglio capire la scelta cinica e autoconservatrice di chi ha deliberatamente scelto di utilizzare il NO al referendum come ultima possibilità di ripristino di un sistema che li veda ancora in gioco. In tal caso si tratterebbe di un tradimento profondo dell’unico progetto condiviso di cambiamento che la seconda Repubblica aveva saputo produrre.

Per questo semplice motivo è bene che il PD tenga alta la bandiera del maggioritario continuando a indicare la via maestra anche se il suo raggiungimento è inevitabilmente rimandato a tempo indeterminato. L’alternativa, che potrebbe venire non facendo la legge elettorale e dunque recependo il “consultellum” Camera dopo il “consultellum” Senato, rappresenterebbe un ritorno al proporzionale con le preferenze, tutto ciò che si voleva ritenere superato dopo il Referendum del 1993 che vide legge-elettoraleabolire le preferenze e indirizzarsi verso l’uninominale e di conseguenza il maggioritario. Ecco perché come extrema ratio il PD propone il Mattarellum, come ultimo argine a questa alluvione verso il passato.

Il comodo ripiegamento di M5S sul proporzionale, con il consueto inganno di definirlo agli elettori “Italicum legalizzato”, chiarisce ciò che era già chiaro di questo partito che ha per holding un’azienda: non interessa governare, non siamo pronti. Ci interessa che nemmeno gli altri lo possano fare o che siano costretti a farlo insieme e dunque a perdere voti per questa ragione.

Democrazia ed alternanza

E’ pertanto ovvio che l’unica possibilità di frenare questa deriva possa consistere in un accordo con l’altra parte, che però è tutta dominata dalle proprie dinamiche interne per la conquista della leadership e dell’egemonia tra FI e Lega.

Il Mattarellum equivarrebbe a un grande rafforzamento di Salvini in questa lotta e non sorprende dunque che Berlusconi, cui certo non piace soccombere in questo disegno, ripieghi al momento pure lui sul proporzionale contando di poter tornare in campo con la sentenza europea e di avere molte più chance con quel sistema di ribadire il suo dominio.

salviniChi ha usato il NO al referendum per impedire la chiusura del cerchio, ammesso che qualcuno lo abbia fatto con questo intento, ci è sicuramente riuscito: ha consegnato ai 5 stelle una vittoria elettorale e un sistema che non li responsabilizza e anzi li esorta a continuare a lucrare posizioni dal disfacimento dello status quo, ha rafforzato Salvini e nel contempo riesumato Berlusconi. A progetto “rotto” non si può certo incolpare questi ultimi soggetti di non vestire i panni degli statisti, fermare le ostilità, e ritrovare la via maestra che riporti l’Italia sul percorso di una sana democrazia dell’alternanza.

Oggi come oggi questo interesse è solo del PD, o meglio, della parte del PD che ha votato SI al referendum. Perché di fronte a queste evidenti a macroscopiche conseguenze viene difficile pensare che politici esperti e scafati abbiano scelto di votare NO per una qualunque delle motivazioni che venivano poste nel merito della riforma costituzionale.

Conclusione

Se queste valutazioni corrispondessero con la realtà se ne evincerebbe una sola conseguenza: non si farà nessuna legge elettorale che non sia proporzionale. Al limite si riuscirà ad evitare il combinato disposto delle preferenze, aspetto che verrà senz’altro usato da qualcuno per gridare allo scandalo, alla sottrazione del diritto di scelta degli elettori (l’Italicum ha in sè questo vantaggio: è sdoganato da questo rischio). A meno che non si trovi un accordo con Berlusconi che lo convinca gli porti vantaggio, lo rimetta in sella come leader. In tal caso sarebbe molto meglio che questo accordo divenisse legge prima della sentenza della Corte (praticamente impossibile) o che uscisse solo dopo la sentenza per evitare che la Corte stessa possa screditarlo con qualche principio di incostituzionalità espresso sull’Italicum che possa essere esteso dall’opinione pubblica anche alla nuova legge.

Insomma, sono molto strette le maglie che si parano innanzi alla possibilità di avere in questa legislatura una nuova legge elettorale e molto forti le energie, anche di inferiore nobiltà ai temi qua trattati, che lavorano perché la legge non venga fatta e la legislatura non venga sciolta.

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