Missioni di monitoraggio elezioni presidenziali #KAZAKISTAN

L’avvicinamento alla steppa partendo da Mosca, momento ideale per riflettere sull’unione dei popoli.

Accingendomi a questo monitoraggio, mentre sorvolavo la Russia per scendere verso Astana, ora Nursultan, riflettevo su quale fosse il modo migliore per compiere il proprio dovere in questa circostanza. Una giovane democrazia, ex repubblica dell’Unione Sovietica, molto giovane, con politiche sociali proprio per le famiglie numerose, con forti rapporti con il nostro paese, in cui la situazione del rispetto dei diritti umani è spesso sotto esame, specie per quanto riguarda il pluralismo politico. Pensavo alla responsabilità che si porta rappresentando un paese come l’Italia, la consapevolezza sempre presente di quanto sia costata ai nostri nonni la conquista della democrazia, di quanti attentati abbia subito nel corso della nostra non ancora centenaria storia. Insomma, mi dicevo, nessuno può dare lezioni a nessuno (e qua pensavo alla fresca vicenda di Radio Radicale – che si decide in questi minuti – alla rimozione di uno striscione da un balcone privato, alle intimidazioni di Ministri verso adolescenti, l’imposizione di mostrare le foto scattate e via dicendo.


Quando poi arrivi a Nursultan, il nuovo nome della capitale già Astana, non puoi non rimanere a bocca aperta di fronte a questa città costruita in poco tempo quasi dal nulla, ideata perchè potesse essere più baricentrica rispetto ad Almaty che invece rimane posta a Sud in mezzo a bellissime catene montuose. Qua le temperature invernali scendono fino a -40° e oltre, motivo per cui la vita si sviluppa quasi interamente all’interno di edifici. Si capisce come questa città avveniristica sia stata pensata perchè praticamente non esistono vetrine dei negozi.

Prima dell’inizio degli incontri ufficiali con la delegazione OSCE, con il collega del PD Senatore Vito Vattuone, incontriamo una delegazione di attivisti che ci raggiunge nel nostro albergo. Per noi è normale, è il nostro lavoro andare, ascoltare, capire i differenti punti di vista. Sui loro volti è visibile una forte emozione: ci spiegano come per loro sia importante la visita di una delegazione straniera e addirittura di come temano anche di essere arrestati. Uno ad uno ci raccontano le proprie esperienze di negazione di diritti, quasi tutti parlando direttamente in inglese ed alcuni venendo tradotti dai propri compagni.

Alla fine Bota, una ragazza di cui mi avevano parlato in Italia, mi chiede di posare con il famigerato “cartello invisibile”. Lei venne arrestata per aver protestato in questo modo, mostrando un cartello invisibile, mostrando la sua voglia di protestare senza dare adito ad alcuno di poterla accusare per quanto scritto.

E quindi inizia la missione ufficiale. Già ne ho parlato: formazione sulla legge e le procedure elettorali locali, incontri con le parti sociali, i media, i candidati, i partiti, organizzazione logistica della giornata di monitoraggio.

Come molto spesso mi capita di vedere a queste latitudini, abbiamo trovato un grande orgoglio per il proprio popolo nei seggi e una accoglienza sincera. Alle 7 di mattina, dopo aver assistito alle operazioni preparatorie a cura del presidente del seggio da noi scelto e dei suoi collaboratori, aprono ufficialmente le elezioni con l’inno nazionale, scandito da un impianto audio importante che poi, durante la giornata, ci saremmo resi conto essere disponibile in ogni seggio. Le urne trasparenti, come avviene in parecchi stati, attraverso le quali è possibile sbirciare tra le schede non piegate per i primi exit-pool

Fin qua cronaca di un normale monitoraggio. Poi purtroppo arrivano le notizie di manifestazioni per le strade, ingenti forze dell’ordine schierate nei luoghi sensibili, arresti, perquisizioni nelle case di alcuni attivisti incontrati il giorno prima. Ci avevano preannunciato che probabilmente sarebbe successo, come pure che durante la sera i collegamenti internet con i social diventavano problematici. E’ accaduto. Alla fine il bollettino sarà di centinaia di arrestati, tra cui quattro persone incontrate il giorno prima. Sui social, immediatamente, circolano le foto delle persone arrestate e gli appelli a recarsi sotto i posti di polizia per protestare. Noi proseguiamo il nostro lavoro nei seggi, tenendoci informati e percependo chiaramente la pericolosità del momento.

Ho temuto a lungo per le sorti di Danyar, un’attivista rappresentante di FIDU Italia che attendiamo anche prossimamente alla Camera dei Deputati per un suo intervento sui diritti umani. Giovanissimo, studente, in questa foto mi ha appena raggiunto in albergo dopo essere stato rilasciato. La sua tranquillità, di cui gli ho chiesto conto, quasi fosse una colpa (!), mi ha molto colpito.

Quanto all’esito del monitoraggio il report dell’OSCE, stilato al termine della nostra missione, è piuttosto significativo: Report OSCE. Abbiamo lasciato al governo le nostre critiche e i nostri suggerimenti.

Tornando, sempre con la steppa a fare da contrappunto, le domande del viaggio di andata rimanevano lì, sospese, con una certezza aggiuntiva: una democrazia si nutre di informazione, partecipazione, pluralismo e necessita inclusione sociale. Tante sono le differenze tra i vari stati, che vanno rispettate: ciò che deve unire, rendere uguali, è il rispetto dei diritti umani e il monito delle moderne democrazie, unite tra loro come un corpo vivente, ciascuna necessariamente legata al benessere delle altre. Siamo in un mondo globalizzato.

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